La sola tecnologia insufficiente per le sfide climatiche del futuro


La questione ambientale non è cosa di poco conto. È inutile che continuiamo a sottovalutarla ed essere ciechi. Dominique Bourg , docente all’Università di Losanna esperto europeo di sviluppo sostenibile, ci fa capire perché.

Le parole che seguono, del prof. Bourg, le ho lette il giorno 31 dicembre 2009 sul quotidiano Avvenire in un articolo di Daniele Zappalà, ed ho subito pensato di condividerle con voi. A differenza di come di solito divoro gli altri articoli, questo è stato per me pane per diversi giorni e penso, considerato il mio alto – direi totale – livello di condivisione, di utilizzarle anche in altre occasioni pubbliche. 

Le nostre economie sono oggi irrazionali, quando accettano l’assunto di una crescita senza limiti. Ma – come  mostra l’ecoterrorismo di certi sedicenti gruppi ambientalisti – esiste pure il rischio di scivolare in forme di irrazionalità esattamente opposte. La sopravvivenza delle nostre democrazie si giocherà dunque lungo una strada mediana fra queste due follie”.

I nostri modelli democratici sono messi a dura prova in “modo frontale , perché le nostre democrazie restano ancora legate a un ideale di risorse infinite. Le nostre società sono organizzate nella prospettiva di permettere a ciascuno di massimizzare i propri interessi, ovvero di produrre e consumare il più possibile. La tecnica e il mercato si sono anch’essi organizzati per soddisfare i bisogni tendenzialmente inestinguibili.  Solo oggi cominciamo a comprendere pienamente che una simile visione collide coi limiti stessi del nostro contesto ambientale”.

Il filoso Michel Serres, e non solo, definisco l’impronta ecologica (come) l’identità stessa della civiltà industriale.  Per correggere questa identità “si possono immaginare azioni mirate delle istituzioni già esistenti, ma restano le difficoltà concrete della nostra democrazia nel gestire le sfide di lungo termine, soprattutto se di portata globale”.

Difatti “Esistono almeno tre limiti. Il primo è territoriale, dato che i responsabili politici sono eletti per difendere innanzitutto gli interessi di uno specifico territorio. Ma i grandi problemi ambientali sono per definizione  transterritoriali. Il secondo limite è temporale, dato che gli esecutivi sono eletti obbligati a ragionare nel breve periodo. Un terzo limite riguarda il fatto che le democrazie sono state concepite per proteggerci dalla tirannia e da una gestione arbitraria del potere, ma non da rischi legati a una tecno scienza sempre più potente e alla capacità umana di cambiare l’ambiente”.

Per non fare solo bei discorsi ed essere pragmatici “è lecito ad esempio pensare che una camera parlamentare possa specializzarsi sulle questioni di lungo periodo, con l’obbligo per i candidati di presentare programmi sulle sfide che riguardano anche le generazioni future. Ma si potrebbe introdurre pure l’obbligo costituzionale per i candidati alla guida degli esecutivi d’includere nei propri programmi anche questa categoria di questioni, dove del resto non figurano solo i problemi ambientali”.

La battaglia per arrestare il cambiamento climatico è realmente ardua, “la principale difficoltà col clima è che questa volta è chiamato in causa il funzionamento stesso delle nostre società. Basta pensare che secondo un economista giapponese, per ridurre davvero di metà le emissioni di anidrite carbonica entro il 2050, occorrerebbe dividere per otto l’intensità energetica. Ma negli ultimi cinquant’anni, siamo riusciti appena a dimezzarla. Ciò lascia pensare che nessuna nuova tecnologia potrà sostituire la necessità di stili di vita più sobri”. 

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