Il bene comune vittima di una gaia rassegnazione

“L’uomo si scopre solo con se stesso, incapace – o semplicemente stanco – di cercare il senso umano della propria esperienza, ma paradossalmente “contento” che sia così e perciò disponibile, a sua insaputa, ai nuovi e subdoli dispotismi tecnocratici”1. 
 
Questa breve ma profonda spiegazione della “gaia rassegnazione” la dice lunga sul periodo storico culturale che stiamo vivendo.
Siamo difronte ad una rassegnazione compiaciuta che ci anestetizza il desiderio di edificare il bene comune. Siamo una società in balìa di logiche (politiche, economiche, finanziarie, sociali) che funzionano avendo ciascuna un fine che non è più necessariamente la dignità dell’uomo. 
Per capire di più questa grave situazione dobbiamo partire dalla inedita e stravagante pluralità in cui ci troviamo a parlare e operare oggi. Maritain  ci ricorda la storia della torre di Babele: «la voce che ciascuno proferisce non è che un puro rumore per i suoi compagni di viaggio» . 
Non parole, linguaggio, idee, codici, ma rumore. Stiamo arrivati nella condizione di totale incapacità ad elaborare un codice universale di intesa, possiamo dire di stare vivendo una vera e propria crisi comunicativa. 
Come tutti sanno, infatti, viviamo quella condizione sociale che è comunemente riconosciuta con il nome di secolarizzazione. Si dice: viviamo in una società secolarizzata. Cioè la difficoltà a dire qualcosa che esca dalla misura puramente soggettiva, e quindi non fa più alcun riferimento al valore universale dell’etica cristiana (di cui il mondo, almeno quello occidentale, si è sempre fatto vantaggio). 
 
All’inizio della modernità, la fede cristiana è stata relegata a “faccenda privata”, per di più faccenda estranea alla ragione. Nasce un vero e proprio attacco frontale all’umanesimo cristiano e ci si cimenta alla produzione di altri codici (secolarizzati) universali di intesa: la Ragione, la Scienza, il Diritto, la tecnologia, ecc..
Sappiamo cosa di fatto è accaduto? Che dopo tanti inutili tentativi si è passati ad un graduale processo di abbandono della pretesa stessa di universalità. Infatti, nessuno dei codici secolarizzati è riuscito a mantenere la sua promessa di raccontare la verità sull’esperienza umana in modo credibile. 
Cosicché, dopo avere generato un grande e generale sfiducia nei confronti del cristianesimo, si è generata la convinzione – alquanto esplicita – che la ragione umana sia incapace di portare a termine il compito di conoscere la realtà e di stabilire valori da tutti condivisibili. 
 
Ci sono problemi? No. Nessun problema. La nostra è una delusione che in fondo in fondo ci fa piacere. Adesso abbiamo la possibilità di scegliere senza quelle fastidiose costrizioni (morali, etiche, religiose, sociali) del passato.  Una vera e propria “gaia rassegnazione”. 

“Dunque il punto attuale della parabola secolarizzante è una specie di “gaia rassegnazione”: l’uomo si scopre solo con se stesso, incapace – o semplicemente stanco – di cercare il senso umano della propria esperienza, ma paradossalmente “contento” che sia così e perciò disponibile, a sua insaputa, ai nuovi e subdoli dispotismi tecnocratici. La rassegnazione compiaciuta anestetizza il desiderio di edificare il bene comune, lasciando così le persone in balìa di logiche che funzionano secondo fini che non sono più necessariamente umani” 1. 

1. Cardinal Angelo Scola, arcivescovo di Milano, febbraio 2012.