Tra discariche e inceneritori abbiamo smarrito la sobrietà

Da un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 21 novembre scorso, si apprende che in Germania finisce sotto terra meno del 3 per cento dei rifiuti urbani mentre in Italia oltre il 50 per cento.

Basterebbe questo dato per fotografare la situazione disastrosa del nostro paese, ma come se non bastasse arriva anche quello dell’export dei rifiuti. Ad esempio, ultimamente Napoli e la Campania spediscono la spazzatura ai termo valorizzatori olandesi, che bruciano i rifiuti per soli 150 euro la tonnellata.
Siccome parlare di rifiuti a Napoli equivale a sparare sulla croce rossa, è bene ricordare che a Roma (sempre secondo l’articolo di Rizzo), l’azienda municipalizzata ha indetto una gara europea per lo smaltimento di 1.200 tonnellate al giorno: andranno a chi offrirà la cifra più bassa per trasformarle in energia elettrica. Da tre anni non si riesce a individuare il sito, dicono provvisorio, per i rifiuti che l’ormai satura discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, non può più accogliere. Così il Campidoglio si è arreso: la raccolta differenziata è stimata al 25 per cento, 40 punti in meno rispetto al valore da raggiungere in base alle norme europee entro dicembre.

Sarà possibile entro il 2020 (obiettivo stabilito dall’UE), che discariche ed inceneritori non esistano più?
Alcune soluzioni alternative,come la produzione di compost dai rifiuti organici e campagne (vere!) per la differenziazione dei rifiuti possono essere messe in campo con poco sforzo e in alcuni Comuni Virtuosi, questo accade già da qualche anno.

Ciò che manca realmente, è una cultura della sobrietà: se le imprese italiane capissero che non esiste mercato per tutti gli oggetti inutili che producono, se gli italiani capissero che non hanno bisogno di tutto il superfluo di cui si circondano, probabilmente si ridurrebbe anche la quantità di rifiuti.
“Ma questo riduce il PIL e la crescita! Che orrore!”, potrebbe dire qualcuno.
E’ allora dobbiamo porci una semplice domanda: è il modello capitalistico quello in cui vogliamo vivere?