Senza lavoro, perchè?

Sembra ormai chiaro a tutti che dietro alla disoccupazione giova­nile vi sia soprattutto un problema culturale che altre nazioni non hanno. Solo perché sono più dinamiche? No. Sono più umili.

Sono gli intellettuali, i politici illuminati, ed anche qualche economista che devono prendersi la loro responsabilità per avere taciuto questa verità: il posto fisso non esiste. Ma se lo sentite nominare è frutto solo del voto di scambio di qualche pessimo amministratore locale.
 
La famiglia e la scuola da qualche decennio continuano a raccon­tare ai giovani che basta laurearsi, per avere diritto a un posto. Ma è sotto i nostri occhi che questa cosa oggi è utopia. 
 
Sono passati 25 anni, da quando è i­niziata la terza rivoluzione industriale, e nessuno in Italia, e penso anche nei paesi più industrializzati, ha più certezza del posto fisso. Abbiamo bisogno di un sostanziale ed urgente cambio del modello mentale prevalente che è intorno alla cultura del posto fisso.
Abbiamo bisogno di rilanciare il lavoro manuale, artigianale, domestico. Abbiamo bisogno di parlare del diritto a svolgere un’attività lavorativa che è diverso dal diritto al posto fisso (se è pubblico è meglio, così non ci può cacciare nessuno!).
 
Il tema del lavoro per tutti è poi un’altra grande illusione se lo pensiamo così come lo pensiamo oggi.
 
Altro problema: i giovani vogliono essere tutti manager (ed hanno ragione dopo tutto quello che hanno studiato) ma non ci sono tante aziende capaci di avvantaggiarsi di tutti i manager che sfornano i nostri master.
 
Penso che l’occupazione si possa espandere in due modi. Avviciniamo i gio­vani all’artigianato, ai servizi di manutenzione per la casa, o qualsiasi altro lavoro manuale. Certo non possiamo pensare che i nostri ragazzi e le nostre ragazze siamo interessati a fare a tempo indeterminato il lavoro di assistenza ai bambini, agli anziani ed ai malati (“non lo fanno per i loro genitori”, spesso ci sentiamo dire).
 
Poco mesi fa ho acquistato una cucina e sono venuti a casa a montarla due giovani rumeni. Voi come me cosa evreste pensato? Quanti giovani italiani cercano lavoro? Tanti. E quanti lo rifiutano? Tanti.
 
Se proprio non vogliamo pensare al lavoro presso le imprese sociali, pensiamo, ad esempio, ai nostri prodotti artigianali di Puglia. Quante botteghe sono ancora aperte? Conoscete l’età media di chi le tiene aperte? 68 anni. Siamo una vergogna. Quasi a dover ammettere che, se quel lavoro è svolto da un giovane, non eleva la sua dignità. Eppure con quel lavoro (che è contemporaneamente: “un fine sapere”, “una tecnologia buona”, “una vera nobiltà intellettuale” ), chi l’ha svolto, ha guadagnato il necessario per consentire ai propri figli di studiare e molto altro.
 
Quindi è inutile illudersi il lavoro va cercato fuori dalla Pubblica Amministrazione, o dalle imprese che definiamo tradizionalmente industrie capitalistiche. Ci sono nuovi bisogni che l’uomo di questo millennio reclama e noi non sappiamo riconoscerli e quando li riconosciamo li ignoriamo.