Bene Comune, inclusione e coesione sociale

Appunti del mio intervento tenuto il 3 marzo 2010 presso la sala Murat del Comune di Bari, per la settimana di studi promossa da IKOS per l’anno (2010) della lotta alla povertà e alla inclusione sociale.

Bari 3 marzo 2010 –  Bene Comune, inclusione e coesione sociale.

Ormai da tempo politici, economisti, sociologi, imprenditori, hanno imparato a parlare di Bene Comune. L’impressione é che ne parlano, senza sapere il significato autentico del termine o confondendolo con il bene totale. E quindi inizio questa conversazione riportando ciò che ho imparato recentemente dall’economista Stefano Zamagni. Il bene totale è il risultato di una somma di addendi, laddove se un addendo è uguale a zero (cioè una persona, o una categoria di persone, o una comunità o una nazione, ecc) la somma è sempre positiva. Questo vuol dire che se alcuni si arricchiscono sempre di più ed altri diventano o restano poveri il bene totale è sempre un valore positivo. Questo vuol dire che il PIL può crescere e può stare a dire che una nazione è “in salute” mentre contemporaneamente aumenta la povertà e la emarginazione di molti suoi cittadini. Il bene comune è il risultato di una moltiplicazione, nella quale come sapete non è possibile che un fattore diventi zero perché questo porterebbe il prodotto (risultato della moltiplicazione) uguale a zero. Una buona economia, una vera economia, resta tale e può durare nel tempo solo se garantisce che il prodotto è maggiore di zero. In questi ultimi anni, purtroppo, molti fattori si stanno avvicinando allo zero. Qualcuno si è accorto di questo, e prova ad indicare strade alternative, altri pensano che ciò non potrà mai accadere e continuano indifferenti nel loro stile di vita.
Desiderare il bene comune significa condividere le ricchezze con chi non ne ha. Significa che anche il mio prossimo deve avere la possibilità di raggiungere la sua “perfezione” il suo “essere di più” così come lo posso fare io (e quindi non solo io).
L’assurdità o la cecità di quanti operano nella attuale economia globalizzata (basata sulla “super produzione” per realizzare “super profitti”) è che non ci si accorge come ormai sono prossimo allo zero alcuni (o molti) fattori (anche intere generazioni). Cosa tra l’altro che porterebbe a zero un gran numero di consumatori, lasciando sempre più pieni i magazzini delle quantità esorbitanti di merci disponibili (messe sul mercato da chi vuole farsi una overdose di profitto) e sempre più poveri i popoli. Tutti sappiamo che le overdosi portano alla morte.
In poche parole l’economia si deve preoccupare del benessere di tutti altrimenti si autodistrugge.
Da sempre la storia ci insegna che l’egoismo e l’avidità di alcuni, sono vizi che portano alla distruzione dell’intero sistema.
Il circuito causale vizioso, di questo approccio sistemico alla economia che ho fin qui descritto, ha quindi bisogno di effetti di retroazione che consentono di frenare o meglio impedire la corsa verso la distruzione.
Due elementi che nel circuito causale servono a generare l’effetto di retroazione sono la solidarietà e la sussidiarietà. Cioè l’economia si deve preoccupare, che il prodotto “bene comune” sia sempre maggiore di zero mediante azioni di sostegno a chi è in difficoltà (solidarietà) e senza sopprimere la creatività e libertà dell’uomo (sussidiarietà).  In altre parole possiamo dire che ci si deve preoccupare di ridistribuire i profitti (solidarietà) e ridistribuire il lavoro (sussidiarietà).
Un altro elemento che nel circuito non può mancare è la virtù della temperanza. E questa ha a che fare con i nostri stili di vita. Con la necessità di limitare il nostro desiderio senza limiti di possedere cose che purtroppo poi ci accorgiamo non essere utili al nostro benessere. La mancanza di chiarezza di chi siamo e che valore ha la nostra vita e che senso gli vogliamo dare, dove si trova la nostra felicità (si trova nel dare o nel possedere?) e com’è fatta la nostra felicità (materia o spirito), questo ci porta a camminare senza meta e con molti eccessi che vanno mitigati.

L’integrazione (inclusione) e la coesione sociale sono altri parametri che permettono di trovare soluzioni adeguate a questo complesso problema per evitare la “distruzione”.
L’integrazione richiede un lungo periodo di tempo e si ottiene generalmente con il susseguirsi delle generazioni. Si costruisce sulla premessa di una visione positiva della cittadinanza nazionale e dei meccanismi di interazione, nel pieno rispetto per i diritti fondamentali di tutti – cittadini e nuovi arrivati – e anche sulla premessa di una cultura di giustizia sociale.
Mentre in una società socialmente integrata esiste un senso di appartenenza, in una società socialmente coesa c’è anche un chiaro consenso su ciò che crea un patto sociale con diritti e doveri riconosciuti da tutti i cittadini. La coesione sociale quale espressione di giustizia sociale è, innanzitutto, una condizione indispensabile per affrontare le crisi globali dell’umanità di oggi. 
Purtroppo l’assenza di integrazione sociale che sfocia nella emarginazione sociale ha cause comuni: la povertà, l’ineguaglianza  la discriminazione a tutti i livelli.
Integrazione significa sradicamento dalla povertà ottenuta con la piena occupazione: un lavoro decente per tutti. Si può pensare anche a lavorare meno, ma lavorare tutti. Molti si chiedono se serve una crescita economica?  certamente si, ma altrettanto certamente non basata sulla crescita delle merci, ma dei beni relazionali. Cioè della economia del servizio. 
Infatti per promuovere la crescita economica e sociale assieme all’occupazione, i modelli di consumo dovrebbero essere incentrati su beni e servizi relazionali che promuovano un legame maggiore fra le persone. Attraverso il suo intervento pubblico lo Stato, investendo su beni relazionali quali assistenza medica, educazione, cultura, arte, sport – ovvero su cose che sviluppano la persona e richiedono soprattutto interazioni umane anziché invece una produzione meccanica – affronterebbe lo sviluppo alla radice e promuoverebbe, nello stesso tempo, l’occupazione e uno sviluppo di lungo periodo.
L’economia del servizio è quella economia che si accorge dei veri bisogni dell’uomo. Non certo quella che ci ha imposto la globalizzazione, dove una cultura “standardizzata” e “appiattita” che non vuole accorgersi delle differenze, anzi opprimendole, annulla la componente spirituale dei diritti dell’uomo.
Le tradizioni e la cultura di una comunità ad esempio sono eredità spirituali.
La dimensione spirituale va salvaguardata primariamente per non trasformare i beni materiali in strumento di lotta e di divisione (distruttori di pace). La globalizzazione che ci rende più vicini, purtroppo non ci rende fratelli.
La cultura è una caratteristica della vita umana. La vita è veramente umana grazie alla cultura. La cultura è un modo specifico dell’essere e dell’esistere. L’avere, il possedere e consumare merci (quello che vuole la globalizzazione) non determina una crescita della cultura.
La cultura ha il compito primario della educazione. L’uomo che ha come obiettivo quello di progredire nella sua umanità desidera essere di più. Ciò che possiede può solo aiutarlo ad essere con gli altri e per gli altri. L’educazione infatti non la si compie solo con i mezzi materiali o mediante le organizzazioni o le istituzioni. L’uomo educa l’uomo, la famiglia educa la famiglia, la comunità educa la comunità.
La coesione richiede un patto sociale con diritti e doveri riconosciuti e praticati. La coesione è ancora una scoperta per molte delle nostre comunità. E può essere, uno strumento per affrontare la crisi di futuro, o di senso, nella quale ci siamo imbattuti.
Tuttavia, il perseguimento degli obiettivi e, in definitiva, dello sviluppo e della coesione sociale non richiede solo aiuto finanziario, ma anche l’effettivo coinvolgimento delle persone. Il fine ultimo e il contenuto dei programmi di sviluppo deve essere quello di offrire alle persone la possibilità concreta di plasmare la propria vita ed essere protagoniste dello sviluppo.
Ciò che sembra mancare nella lotta contro la povertà, l’ineguaglianza e la discriminazione, non è tanto l’assistenza finanziaria oppure la cooperazione economica e giuridica, per quanto essenziali, quanto reti relazionali e persone in grado di condividere la vita con quanti si trovano in situazioni di povertà e di esclusione, individui capaci di presenza e azione, la cui attività venga riconosciuta da istituzioni locali, nazionali e mondiali.
Lo esprime, in modo chiaro, Papa Benedetto XVI, che, in occasione della Giornata mondiale della pace, ha affermato: “I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionali vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano”.
Le necessità delle famiglie, delle donne, dei giovani, degli analfabeti e dei disoccupati, degli indigeni, degli anziani, dei migranti e di tutti gli altri gruppi che sono più vulnerabili alla emarginazione sociale vanno affrontate grazie ad adatte strutture legali, sociali e istituzionali. Tuttavia, vivendo insieme a quanti sono stati esclusi dalla società e condividendo le loro esperienze possiamo trovare modi per integrarli più pienamente nella comunità, e cosa ancora più importante, affermare la loro dignità e il loro valore affinché possano veramente divenire protagonisti del proprio sviluppo.
Lo sviluppo e l’integrazione sociali non risulteranno soltanto da soluzioni tecnologiche perché riguardano principalmente le relazioni umane.
Per realizzare il Bene Comune è necessario concentrarsi sulle relazioni umane. E questo richiede necessariamente un’apertura alla vita che è un contributo positivo allo sviluppo economico e sociale. È dunque imperativo per i Paesi concentrare i propri sforzi sull’individuazione di modalità e di strumenti per garantire che le persone ricevano le capacità, la formazione tecnica e l’educazione necessarie affinché l’ingegno umano possa essere utilizzato per promuovere lo sviluppo e i diritti umani. Parimenti, dove i tassi di crescita economica sono diminuiti, le risposte non consistono nel cercare di chiudere la società agli altri e nello spingere la popolazione a diminuire, ma nel creare una società che sia aperta alla vita e la incoraggi. Promuovere la vita e la famiglia e trovare modi per integrare il contributo di tutte le persone permetterà alle società di realizzare il loro pieno potenziale.