Alla nostra vita appartengono anche quelli che soffrono


Dalle 8,30 di lunedi alle 15,30 di martedi: 31 ore di ospedale. Un soggiorno breve (per un intervento chirurgico di ernia inguinale) ed una altrettanto breve convalescenza a casa (20 giorni).
In poco tempo ho potuto capire cos’è la sofferenza e cosa sono i luoghi della sofferenza. Sono entrato in questa esperienza e vi sono uscito solo ringraziando Dio, e continuando a pregare per quanti soffrivano veramente.

 

In questi giorni ho avuto modo di leggere molto e per molto tempo sono rimasto a riflettere. Delle mie letture e riflessioni vi voglio fare partecipi.

Papa Paolo VI < Una civiltà può essere giudicata dal suo modo di comportarsi riguardo ai deboli, ai bambini, ai malati, alle persone della terza età. […] Il luogo dove ci sono ammalati deve essere < il luogo umano per eccellenza in cui ogni persona è trattata con dignità; in cui sperimenta, nonostante le sofferenze, la prossimità di fratelli, di amici>.

Con queste parole ho iniziato un vero e proprio esame personale sul mio modo di interpretare il rapporto con coloro che soffrono, il tempo e l’attenzione che dedico loro; come li aiuto a sopportare la malattia, la stanchezza, la solitudine, l’abbandono.
Ho scoperto, leggendo Sant’Agostino, che la compassione è nell’uomo uno dei frutti della carità, e consiste nella <partecipazione del nostro sentimento alla infelicità degli altri perché con essa, se ci è possibile, siamo spinti ad andare loro incontro> .
La caratteristica principale della misericordia è quella di chinarsi verso chi è nel dolore e nel bisogno, interpretare le sofferenze e le difficoltà altrui come se fossero proprie, per cercare di porvi rimedio per quanto è possibile.

Avendo letto parecchio, mi sono soffermato anche su quanto ha detto papa Giovanni Paolo II: < si potrebbe dire che la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio “io” in favore di altri uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo della umana sofferenza invoca, per cosi dire un altro mondo: quello dell’amore umano; e quell’amore disinteressato, che si desta nel suo cuore e nelle sue opere, l’uomo lo deve in un certo senso alla sofferenza>.

Mi sono chiesto quanto bene posso fare avendo attenzione alla sofferenza altrui. Visitare un malato non può e non deve essere un dovere di cortesia, ma compenetrazione nel suo dolore. In pratica e semplicemente può essere un momento in cui ci adoperiamo per alleviarlo con una conversazione amabile e serena, con notizie che gli siano gradite offrendo qualche piccolo servizio, aiutandolo a conversare la serenità forse incoraggiandolo alla preghiera o leggendogli qualche giornale o libro di suo gradimento.
Sono certo, alla fine delle mie riflessioni, che per quanto noi amiamo, non ameremo mai abbastanza. Il nostro cuore ha un enorme coefficiente di dilatazione. Quando si mette ad amare si allarga in un crescendo di affetto che supera tutti gli ostacoli;  se si ama veramente non ci sarà persona che non trovi spazio nel nostro cuore.