Per lavorare con interesse e felicità.

Il prof. Bartolini ha iniziato mostrando un grafico che sostanzialmente ci dice: La soddisfazione nel lavoro non è aumentata negli ultimi 30 anni nonostante l’incremento delle retribuzioni (cresciute per 4 volte tanto).

Ho partecipato recentemente ai “Colloqui di Dobbiaco”: una gran bella esperienza di apprendimento sul tema del “Benessere senza crescita” (tema complesso che non intendo affrontare adesso).
E qui ho avuto modo di ascoltare un intervento fantastico del prof. Stefano Bartolini (docente di economia politica ed economia sociale presso l’università di Siena, autore anche del libro: “Manifesto per la felicità” della Donzelli Editore).
Ho preso molti appunti, ma in questo mio approfondimento desidero parlarvi su quanto ho capito rispetto al tema della Felicità legata al lavoro.
Il prof. Bartolini ha iniziato mostrando un grafico (sua indagine negli USA dal 1972 al 2004) che sostanzialmente ci dice: La soddisfazione nel lavoro non è aumentata negli ultimi 30 anni (appare una linea sostanzialmente parallela alle ascisse), nonostante l’incremento delle retribuzioni (cresciute per 4 volte tanto).
Forse questo risultato molti di noi lo hanno già provato sulla propria pelle. Perché?
La tecnica di premiare e controllare (o meglio controllare per premiare) tende a spostare l’efficienza della prestazione su ciò che è misurabile a discapito di ciò che non lo è. Ovviamente questo ci sembra più che giusto, solo che non consideriamo che vi sono altri elementi della persona che vanno presi in esame. Gli incentivi (così come li conosciamo noi) infatti, funzionano bene solo quando la prestazione è altamente misurabile e quando il lavoro è estremamente noioso e ripetitivo.
Cosa di fatto si controlla? La produttività delle persone: risultati oggettivi (numeri, percentuali) personali, di gruppo ed aziendali e ovviamente anche il profitto (quel numeretto che troviamo in fondo al nostro bilancio).
Ma torniamo al tema del benessere (o meglio della felicità) che desideriamo trovare mentre siamo impegnati ad aumentare la produttività del lavoro.
Secondo molti economisti, lo stress, l’insoddisfazione, le pressioni, le tensioni, la competizione, i conflitti e le relazioni difficili, i lavori ripetitivi e noiosi sono il prezzo da pagare per una elevata produttività.
Nei miei appunti ho subito segnato questa domanda da fare al prof. Bartolini: per essere più produttivi bisogna essere infelici o è vero il contrario?
Risposta: gli studi di psicologia delle organizzazioni non confermano questa convinzione, in quanto, di fatto, i lavoratori più soddisfatti sono quelli che hanno una più elevata “cittadinanza organizzativa”, cioè la capacità di cooperazione con gli altri e con l’organizzazione in cui si lavora in modi che non sono strettamente connessi ai compiti assegnati.
Bella risposta! E che vuol dire?
Gli studi sulla “cittadinanza organizzativa” mostrano che lavoratori più soddisfatti sono:
•    Più pratici, collaborativi ed amichevoli
•    Cambiano meno frequentemente lavoro
•    Si assentano di meno, sono più puntuali e disposti ad aiutare i colleghi.
Ed io aggiungo che noi imprenditori sappiamo bene che il benessere dei lavoratori predice anche una migliore soddisfazione dei clienti.
Quindi abbiamo imparato che nelle nostre aziende dobbiamo costruire la così detta “cittadinanza organizzativa” quella cosa che in realtà io chiamo “benessere organizzativo” (per approfondire questo tema vedi anche https://www.robertolorusso.it/dialoghi-d-impresa/il-benessere-organizzativo).
In conclusione: non è possibile costruire una economia efficiente del tutto priva di incentivi. Ma dobbiamo invertire la tendenza e considerare, come incentivo, tutto ciò che conta per la persona.
Infatti è bene osservare che in questi ultimi decenni l’intera organizzazione economica e sociale si è basata su una sottovalutazione delle motivazioni intrinseche alla felicità della persona. E questo, purtroppo, perché la nostra cultura si è formata sul principio che la “crescita del consumismo” l’avrebbe favorita.
Invece cosa è accaduto: Una volta dimenticate le motivazioni intrinseche della persona ciò che è rimasta è la sola “cultura della stress”.
Si dice addirittura che lo stress è un modo di condurre le situazioni, guidare le persone, risolvere i problemi. Ed è, purtroppo, la stessa cultura che sta guidando la formazione dei bambini, così come ha guidato l’organizzazione d’impresa, come tutta l’organizzazione socio-economica. Peccato che lo stress ci porta un sacco di malattie ed insoddisfazioni.
Allora facciamo un passo avanti e cerchiamo di capire cosa, sicuramente, aumenta la soddisfazione (la felicità) nel lavoro: 
1.    la percezione di controllo che la persona ha sul proprio lavoro
2.    la qualità delle relazioni sul lavoro (la fiducia tra colleghi, capi e sottoposti)
3.    l’opportunità di esprimere le proprie capacità
4.    la varietà dei compiti svolti.
Cosa siamo chiamati a fare nelle nostre imprese per assicurare la “gioia di lavorare”?
E qui, una chiara ed inequivocabile risposta del prof. Bartolini:
o    Ridisegnare il contenuto dei processi di lavoro in modo da renderli più interessanti;
o    Aumentare il grado di discrezionalità ed autonomia dei lavoratori;
o    Aumentare la compatibilità tra il lavoro ed altre sfere della vita;
o    Migliorare il contenuto relazionale della vita lavorativa.
o    Ridurre ciò che nella organizzazione del lavoro produce stress.