L’etica nella professione e nell’economia


Indice della lezione: L’uomo, Il Fare e L’agire, Le virtù, Cos’è il lavoro, La natura bilaterale dell’uomo applicata al lavoro, L’Etica, Codici etici e deontologici, Etica ed economia. L’etica nella professione e nell’economica” Lezione Università di Bari Facoltà di Economia 21 luglio 2011 di Roberto Lorusso. Un po’ di antropologia e filosofia.

1. L’uomo

Siamo stati concepiti non come individui, ma come persone. Quindi nati per essere in relazione.

Siamo nati con una vocazione naturale: perfezionare il nostro essere originario (natura ontologica) attraverso un agire etico (relazioni virtuose).

L’uomo è quell’essere vivente idoneo a generare responsabilmente azioni, in quanto l’unico strutturalmente in grado di ordinare il proprio agire ad un fine consapevole.

L’agire umano si chiama anche condotta, in quanto l’uomo con il suo agire “conduce” se stesso verso il proprio fine (buono o cattivo; vero o falso che sia).

Per usare una terminologia aziendale: l’uomo è la materia prima che si trasforma in un prodotto finito in cui lui stesso è operaio mediante il suo agire (processo).

L’azione appare, così, il prodotto di una scelta intenzionale e libera (soppesata razionalmente) e comandata (tradotta in fatti) dalla volontà umana. All’azione poi, partecipano anche sentimenti oggettivi e tendenze naturali, che vengono orientati (dalla ragione e dalla volontà) a costituire la nostra condotta di vita. Il che può dare luogo ad un “comportamento”, che comunemente si definisce virtuoso o vizioso.

“L’uomo è figlio dei suoi atti” (San Gregorio di Nissa)
“Io agisco conforme a ciò che sono, ma io divento anche conforme a come agisco” (V. E. Frankl 1979)
Una cosa è l’ “essere”, ovvero la costituzione naturale che ognuno riceve venendo alla vita, comprensiva di una potenzialità dinamica (del poter fare e del poter agire); altro è “il modo di essere” che assumeremo in base alla condotta della nostra vita (attraverso il nostro agire).

In questo senso Tommaso D’aquino potè affermare che l’uomo è causa di se stesso perché, nell’ordine morale arriva ad “essere quello che vuole essere” e che, con la sua libertà, sceglie di essere.

Il filosofo K. T. Jaspers, con fortunata espressione, ha definito l’uomo come “l’essere che decide”; l’essere cioè che non “è” semplicemente, ma che decide ciò che egli “è”.  In altre parole, come dice  V. E. Frankl: “non solo l’ereditarietà e l’ambiente formano; ma l’uomo forma qualcosa da se stesso: la persona”.

Ognuno, attraverso l’agire, tende a diventare un “certo modo di essere umano”, in parte ideale, in parte suffragato da modelli viventi, ed in parte, costituito anche dall’originalità unica della personalità di ciascuno di noi. In ciò consiste la dimensione progettuale della nostra esistenza.

Ezra Pound: “quando un uomo non mette in pratica i principi in cui dice di credere, i casi sono due: o i suoi principi non valgono nulla, o lui – come uomo – non vale nulla”.

In conclusione, nell’uomo si identificano due nature:

– la prima ontologica (organica-fisica che tende alla felicità)

– la seconda dinamica-etica (l’agire che implica un esercizio, lo sforzo di perfezionarsi, l’apprendimento delle virtù).

2. Il fare e l’agire

Aristotele definisce il fare: pòiesis e l’agire praxis, che, da un punto di vista meramente concettuale, non sono la stessa cosa.

Certamente il lavoro è una attività che ricomprende sia una pòiesis (un fare), che una praxis (un agire).

Il fare (pòiesis) implica la lavorazione di qualcosa di materiale i cui obiettivi sussistono come prodotti autonomi.

La prassi (praxis) invece, oltre a determinati effetti orientati in vista di un fine come l’opera stessa, resta immanente al soggetto agente, implicandone cioè anche un suo ri-modellamento: appare, per ciò, più densa di connotazione etica.

La praxis individua e determina, in particolare, il campo della dimensione etica delle azioni.
In tal senso l’azione è causata dal soggetto agente (con la mediazione della ragione) quale mezzo per raggiungere “nella realtà” ciò che ci attrae (in quanto appare, nella rappresentazione mentale, buono) e che consideriamo il fine dell’agire stesso.

3. Le virtù

La dimensione etica si sviluppa però solo con il ricorso alla virtù ed alla libertà morale per cui il fatto che l’uomo possa fare di tutto non significa che “debba” farlo.

Virtù e libertà morale, a differenza della mera autodeterminazione sono tutt’altro che innate, ma richiedono lo sforzo di una vita orientata verso l’orizzonte esistenziale della felicità, fine ultimo necessario di ogni uomo.

Non è una singola azione, ad esempio onesta, che ci rende onesti, ma una serie abituale di azioni oneste che creano in noi la virtù dell’onestà e quindi ci rendono uomini onesti.

Pertanto possiamo essere considerati onesti dalla nostra coscienza e da quella altrui, perché si è creato, dopo un certo sforzo (la virtù non è innata), un habitus, un “modo di essere” stabilmente orientato verso una determinata attuazione del bene “onestà”.

Ma, attenzione, la virtù non costituisce mai un automatismo, una volta raggiunta ha sempre bisogno di formazione ed esercizio (allenamento continuo) perché si rinvigorisca e non diminuisca. 

Dice il prof. M. Pelaez:  “L’etica avendo per materia le virtù, ha in primo luogo la finalità di educare dall’interno disposizioni e tendenze dell’uomo”. 

Quindi le virtù non si possono riferire alla sola capacità di agire bene ma all’esercizio stabile ed abituale di “ben operare”.

A tale proposito è bene ricordare le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

Il lavoro

4. Cos’è il lavoro

È bene sapere che non è lavoro solo quello retribuito. Quindi lavorano anche la casalinga, il monaco, il pittore che forse non venderà nemmeno un quadro, un volontario di una associazione che fa assistenza agli anziani, un giovane laureato che aiuta i nipotini a studiare…

In questa prospettiva non vi sono disoccupati e non c’è tempo libero, ma solo modi diversi di lavorare.

Dice San Josemaria Escrivà: Il lavoro è “testimonianza della dignità dell’uomo, del suo dominio sulla creazione; promuove lo sviluppo della personalità, è vincolo di unione con gli uomini, fonte di risorse per sostenere la famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive ed al progresso dell’umanità”.

Il Prof. Pierpaolo Donati in una sua pubblicazione (“il significato del lavoro… “ pag.126/79 dice: “con la nascita del capitalismo individualista, si è innescato un motore di sviluppo irrazionale nel suo fondamento, ché certamente ha provocato una crescita economica mai conosciuta nella storia, ma solo grazie allo sfruttamento dell’uomo su se stesso e sull’altro uomo. I sistemi comunisti non hanno modificato questa situazione. Soltanto l’hanno collettivizzata e resa ancor più materialistica. Diverse sono state le fasi attraversate dall’organizzazione sia capitalistica che comunistica del lavoro. In ogni caso, però, tutte queste forme hanno avuto in comune il fatto di aver istituzionalizzato il lavoro come relazione inibitrice di creatività propriamente umana. L’organizzazione rigidamente capitalistica del lavoro, infatti, ha operato un’universale alienazione dell’umanità al momento economico della produzione-consumo astratto e mercificato”.

Oggi il lavoro è considerato per i suoi due estremi:
1.          sovrastimato per autoaffermazione e successo utile a generare il “super uomo”;
2.          sottovalutato o svilito ad attività noiosa o deprimente (tanto da non potersi svolgere in modo virtuoso) e quindi da lasciare fare ad altri.

Alcune indicazioni prese dalla Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II:

– il lavoro è il mezzo ordinario di sussistenza per l’uomo; per suo tramite l’uomo si unisce ai suoi fratelli e presta loro e con loro un servizio.

– attraverso il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura, ma si perfeziona anche come essere umano e, in un ceto senso, diviene un essere più umano.

Conclusione: se la dimensione umana del lavoro professionale è cosi cruciale per lo sviluppo della persona, la lotta alla disoccupazione ed allo sfruttamento del lavoro mercificato, non può che essere una questione etica fondamentale.

5. La natura bilaterale dell’uomo applicata al lavoro

Come per l’uomo abbiamo distinto un “fare” ed un “agire”, così per il lavoro dobbiamo distinguere un lavoro “oggettivo” ed un lavoro “soggettivo”.

Dice il prof. A. Rodriguez Luno: “Il lavoro oggettivo si riferisce alla dimensione tecnico-materiale della produzione di oggetti ed alle regole che si devono seguire perché l’oggetto venga fabbricato; il lavoro soggettivo, riguarda il fatto che la radice e l’origine del processo tecnico è l’attività volontaria della persona umana e si riferisce anche alle regole e condizioni che entrano necessariamente in gioco per il fatto che la produzione è, insieme ed inevitabilmente, attività autoreferenziale”.

Ogni lavoro, ogni compito, sia intellettuale che manuale deve essere realizzato e portato a termine con la massima perfezione possibile; vale a dire con perfezione umana (competenza professionale, tecnica) e con perfezione relazionale (per essere utile agli altri uomini).

La dignità dell’uomo è presente solo in un lavoro “ben fatto” e “fatto per amore” con spirito di servizio e sacrificio. Cioè in un lavoro che presuppone la libertà di chi lo compie e pertanto la sua responsabilità.

Se il lavoro ben fatto è quindi mezzo per elevare la dignità dell’uomo, le virtù sono mezzi importanti per lavorare bene e vivere la relazionalità con gli altri. Non basta la formazione professionale, e non servono solo alcune norme morali riportate nei codici deontologici.

Curare il lavoro come pòiesis  (transitivo e immanente) significa lavorare con la massima competenza tecnica e professionalità per portare a termine tutti quei dettagli che definiscono quel lavoro come perfettamente svolto (provvedendo al bagaglio teorico ed al conseguente aggiornamento tecnico che ne risulta qualificato).

Curare il lavoro come praxis (aspetto etico-intenzionale) significa avere attenzione all’aspetto relazionale e trascendente come servizio agli uomini e al Creatore.

Dice il prof. J.J. Sanguineti: “Qualsiasi tipo di lavoro pieno di valore umano è immanente (perfeziona colui che opera) ed insieme trascendente (non meramente transitivo), dal momento che è finalizzato al servizio effettivo degli altri uomini e di Dio.

Il lavoro è quindi:

  transitivo: trasforma oggettivamente le cose (il mondo);
immanente: autoreferenziale perché valorizza il soggetto che lavora;
relazionale: presuppone la dimensione sociale e lo spirito di servizio agli altri;
trascendente: lo proietta al di là del mondo finito in cerca del divino.

Dice il prof. H. Fitte: “O si lavora per un motivo che trascende il lavoro stesso, o si finisce per rifuggire il lavoro”. 

L’alternativa umana a questa dimenticanza del trascendere porta dunque ad uno svilimento del lavoro.

Etica

6. Etica dal greco èthos (carattere, costume, comportamento abituale)

Èthos è il termine che è all’origine della parola etica e della parola morale.  Le due parole molto spesso vengono usate per dare uno stesso significato anche nei discorsi correnti.

Oggi: l’etica (o la morale) è frequentemente considerata come un’insieme di norme , più o meno ragionevoli, che servirebbero a regolare il comportamento delle persone e dei gruppi (comunità) con una certa coerenza e prevedibilità. Normalmente si pensa a norme presenti nella tradizione, o consuetudini, o decise da un’autorità sia quella di uno Stato che Religiosa.

Ma è bene precisare che:

morale è l’insieme di valori e principi fondanti e condivisi da una Comunità (laica o religiosa);
etica è ciò che si riferisce al carattere e quindi, conseguentemente, al giudizio sui comportamenti coerenti con principi e valori.

Quasi mai, oggi, si pensa a norme che servono al miglioramento della persona, al suo sviluppo integrale e quindi alla sua felicità.

Per nostra fortuna diversi autori contemporanei (in particolare Karol Wojtyla) ci scrivono che l’etica può essere definita come quella scienza e quel sapere pratico che indica il modo di vita adatto, affinché la persona sviluppi la propria umanità per raggiungere la vera felicità.

Il filosofo tedesco I. Kant è colui che ha pensato all’etica come a principi universalmente condivisi in base ai quali possiamo giudicare il nostro agire.

L’agire che è coerente con valori e principi è definito etico.

7. Codici etici e deontologici

I codici etici di partiti, associazioni, università, fondazioni, imprese, ecc. servono ad eliminare i giudizi soggettivi su di una determinata azione o su reiterati comportamenti, in quanto descrivono in modo oggettivo cosa si deve o non si deve fare, come ci si deve o non ci si deve comportare.

Un codice etico è spesso detto anche “codice deontologico” (tipico delle libere professioni).

Il termine “deo” sta ad indicare il dovere.

Il termine “ontologico” sta ad indicare il desiderio di perfezionarsi, la necessità di essere migliori di ieri, quindi non solo rispetto di norme e valori ma crescita professionale continua.

8. Etica ed economia

Ci sono due obblighi in economia:

            1. fare bene le cose (pòiesis: competenza professionale)
            2. dare un senso a queste cose (praxis: agire verso un fine)

e ci sono alcune cose da condividere in premessa:

1. in economia e finanza, parlare di etica o di morale, non appartiene al dibattito religioso bensì alla esclusiva materia professionale;

2. l’etica in economia e finanza è in primo luogo un fatto individuale (della persona) e non sociale in quanto è sempre l’uomo che agisce;

3. il profitto è un mezzo, sempre buono se il fine d’uso è buono;

4. Il profitto serve a misurare i risultati e compararli con gli obbiettivi;

5. Il profitto è essenziale per creare una ricchezza che poi dovrà essere ridistribuita (infatti quello che importa è come lo si usa perché questo è ciò che spiega la sua efficacia);

6. La creazione di ricchezza costituisce la meta diretta del processo tecnico-produttivo (processo che scaturisce dall’inventiva della capacità progettuale, dal lavoro degli uomini, e che è indirizzato allo sviluppo degli uomini);

7. Il fine deve sempre giustificare i mezzi;

8. Ciò che non deve accadere e che fini buoni giustificano mezzi cattivi;

9. I mezzi possono essere buoni o cattivi a seconda del fine.

Chi ha da dirci alcune cose su queste premesse è Giovanni Paolo II che, nell’Enciclica Centesimus Annus, riconosce il profitto come l’indicatore principale del buon andamento dell’azienda, ma non solo: “Quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa”.

Conclusioni:

1. L’economia non può e non deve ostacolare lo sviluppo dei valori più profondamente umani, al contrario l’economia può e deve promuovere la ricerca del “bene” che è al di sopra della ricerca dei “beni”.

2. Le ideologie economistiche falliscono perché i modelli di sviluppo sono antropologicamente riduttivi, non rispondono alle esigenze del pieno riconoscimento della dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo.

3. Si avverte sempre più diffusamente l’esigenza di elaborare modelli di sviluppo a misura d’uomo, e di edificare un ordinamento economico adeguato allo sviluppo integrale e solidale.

4. L’economia non deve travalicare la sua funzione di strumento e deve essere orientata al servizio di ogni uomo e della sua qualità di vita. E quindi, noi tutti, non dobbiamo perdere mai di vista che la finalità primordiale dell’economia è il servizio alla persona.

Alcune indicazioni provenienti dalla DSC:

334. “Oggetto dell’economia è la formazione della ricchezza e il suo incremento progressivo, in termini non soltanto quantitativi, ma qualitativi: tutto ciò è moralmente corretto se finalizzato allo sviluppo globale e solidale dell’uomo e della società in cui egli vive ed opera. Lo sviluppo, infatti, non può essere ridotto a mero processo di accumulazione di beni e servizi. Al contrario, la pura accumulazione, anche qualora fosse per il bene comune, non è una condizione sufficiente per la realizzazione dell’autentica felicità umana”.

303. “Il benessere economico di un Paese non si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona”.

375. “La vita dell’uomo, al pari di quella sociale della collettività, non può essere ridotta ad una dimensione materialistica anche se i beni materiali sono estremamente necessari sia ai fini della pura sopravvivenza, sia per il miglioramento del tenore di vita”.

Centesimus Annus

41. “Per assumere un profilo morale l’attività economica deve avere come soggetti tutti gli uomini e tutti i popoli. Tutti hanno il diritto di partecipare alla vita economica ed il dovere di contribuire, secondo le proprie capacità, al progresso del proprio paese e dell’intera famiglia umana.  Ciascuno ha il dovere di impegnarsi per lo sviluppo economico di tutti: è dovere di solidarietà e di giustizia, ma è anche la via migliore per far progredire l’intera umanità.  Se vissuta moralmente, l’economia è dunque prestazione di un servizio reciproco, mediante la produzione di beni e servizi utili alla crescita di ognuno, e diventa opportunità per ogni uomo di vivere la solidarietà e la vocazione alla <comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato>”.

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