Felicità, Innovazione e degrado sociale. Quale legame?

Sono appena tornato da un meeting che aveva per titolo "innovate or evaporate" e diversamente dal previsto ho imparato l’unica cosa buona che possiamo fare: "innovare per conservare". Il mio amico Paolo Cacciari ha precisato: "innovare per conservare risorse naturali, relazioni umane, valori sociali, e principi etici". Ma la cosa assolutamente gradita è stata quella di riascoltare un intervento del prof. Bartolini, dell’università di Siena, sul tema della felicità comparato con i tempi che viviamo e cioè "l’era del consumo".

Ebbene molto sinteticamente il prof. parla di due circoli viziosi. Il primo consiste nel fatto che abbiamo trasformato quanto nella nostra vita era "comune e gratuito" in cose "private e a pagamento"; quindi: più ricchezza di beni privati, meno ricchezza di beni comuni. Ed il secondo, ancora più interessante: più degrado sociale, uguale più crescita economica.
Ebbene si: più consumiamo (più aumenta il PIL superfluo) e più degradiamo come persone e come società. Detto in modo diverso: più siamo infelici e più consumiamo. Ma come si fa a rinunciare al superfluo? Bisogna innovare il proprio stile di vita. Ma facciamo attenzione, questa innovazione consiste nel riconquistare i benifici di una virtù: LA TEMPERANZA. 

A questo proposito vi scrivo cosa ho letto di recente: "L’esperienza rivela che l’intemperanza rende difficile il giudizio per stabilire che cosa è veramente buono. Come fanno pena quelli che adottano il piacere quale criterio delle loro decisioni! La persona disarmonica si lascia guidare dalle molteplici sensazioni che l’ambiente esterno suscita. Mettendo da parte la verità delle cose e cercando la felicità nelle esperienze fugaci – che, essendo passeggere e sensibili, non soddisfano mai del tutto, ma producono inquietudine e destabilizzano –, fanno entrare la creatura in una spirale auto-distruttiva. Viceversa, la temperanza conferisce serenità e calma; non mette a tacere né nega i buoni desideri e le nobili passioni, ma restituisce all’uomo la padronanza di sé". (tratto dalla lettera pastorale di Mons. Javier Echevarrìa del 2 ottobre 2011)