Caro, non aspetto un bambino

 


Giulia e Francesco non hanno un fratello, né una sorella. I loro genitori hanno deciso che rimarranno figli unici. Vorrebbero, in fondo al loro cuore, avere un secondo figlio, ma non possono permetterselo, non ora. E quando forse potranno, saranno troppo vecchi per avere un altro bambino.

Giulia e Francesco sono i nomi preferiti dai genitori italiani. E rappresentano anche un dato statistico preoccupante prevalentemente italiano: sono loro quell’unico figlio in media per donna che caratterizza lo sviluppo demografico in Italia e che non garantisce il livello di ricambio generazionale. Per mantenere infatti stabile l’attuale popolazione, che si aggira intorno ai 60 milioni di residenti, è necessario che ogni donna abbia almeno 2,1 figli. Per mantenere stabile il sistema pensionistico, per garantire le cure e la pensione ai nostri anziani e ai disabili, è vitale che aumenti il numero delle nascite, che ci siano i giovani che lavorano e tengano vivo il Paese.

Dopo il baby boom culminato nel 1964 con un picco storico di oltre un milione di nascite, è iniziato un declino ininterrotto. Nel 2008 sono nati in Italia quasi 580.000 bambini (fonte ISTAT), compresi i figli degli immigrati, che in dieci anni sono triplicati, passando dal 4% dei nuovi nati nel 1999 all’attuale 12,7%.
L’immagine odierna è quella di un Paese vecchio, dove tante sono le difficoltà da superare se si vuole metter su famiglia, dove i salari di ingresso nel mondo del lavoro sono i più bassi d’Europa e i livelli di disoccupazione tra i più alti.
Una realtà che si trascina dietro altri due record poco invidiabili: il primo è che i giovani italiani vivono nella casa dei genitori più a lungo che in ogni altro Paese sviluppato, il secondo è che in Italia esiste la percentuale più alta d’Europa (5%), forse la più alta al mondo, di figli che nascono da genitori ultraquarantenni.
Mal comune mezzo gaudio? No, ma sta di fatto che il caso italiano fa parte di una tendenza globale. Nel mondo si è scesi dalla media di sei figli per donna nel 1979 ai 2,9 di oggi. Il tasso di fecondità è crollato anche nei Paesi in via di sviluppo.
Per la prima volta il tasso di fecondità è sceso sotto l’1,3 in Est e Sud Europa. I demografi ritengono che, al di sotto di questa soglia, la popolazione di un Paese si dimezzi entro 45 anni, e a quel punto è quasi impossibile risalire la china.
“In Europa c’è una strana mancanza di voglia di futuro. I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente”. Lo ha detto Benedetto XVI, fotografando la situazione e interpretando i timori fondati dei più autorevoli demografi del mondo.
Eppure esistono dei margini di crescita, almeno nelle intenzioni. Un sondaggio realizzato in tutta l’UE dall’agenzia Eurobarometro nel 2006 rivela che le donne europee vorrebbero in media più di due figli. In realtà siamo in una Europa a due marce: Scandinavia, Gran Bretagna, Belgio, Lussemburgo, Francia hanno tassi di fecondità più alti rispetto al Sud Europa, tradizionalmente più “familista” (Italia, Spagna, Grecia). Il dato sovverte una credenza diffusa, cioè che il tasso di fecondità diminuisca con l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. E’ vero il contrario: il tipo di società familista, dove cioè non esiste un vero rapporto alla pari tra uomo e donna, sta riducendo la fecondità. Una ricerca condotta dall’Istituto di Demografia dell’Università di Torino ha dimostrato che le casalinghe desiderano meno figli rispetto alle donne che condividono con il partner le fatiche della vita domestica.
Una cultura basata sul modello paritario dei sessi, tipico delle società del Nord, favorisce l’apertura di asili nido e riconosce maggiori forme di sostegno alle lavoratrici, che guardano con favore alla possibilità di avere un secondo o terzo figlio.alt
Secondo la professoressa Eugenia Scabini, docente di Psicologia sociale dell’Università Cattolica, c’è anche un fattore culturale che spiega la scarsa natalità. Con l’ideologia del Sessantotto e la società del benessere, infatti, si è verificato un cambiamento di mentalità, una maggiore attenzione concentrata su di sé e sulla propria realizzazione professionale. E’ mutato il ruolo della donna, che decide e investe legittimamente in aspetti della sua vita che non implicano la maternità. Al tempo stesso però trova difficoltà nell’inserimento nel mondo del lavoro part time.
In Italia le donne si trovano a metà strada: la modernità offre istruzione e prospettive di lavoro, ma chiede loro di rinunciare a qualcos’altro, o di rinviare. Ed ecco allora il fenomeno tutto italiano delle mamme over 40.
A questo punto si intravedono tre linee guida intorno a cui la politica dovrebbe agire: fisco adeguato alle dimensioni della famiglia, servizi pubblici a sostegno della maternità e maggiore conciliazione dei rapporti famiglia-lavoro. La spesa italiana per le famiglie è la più bassa d’Europa, con l’1,1% del prodotto interno lordo, contro il 2,1% della media europea, con punte sino al 3,9% in Danimarca, dove l’indice di natalità è tra i più alti.
In Francia la rete di asili nido pubblici copre il 40% del fabbisogno per la fascia di età 0-3 anni, mentre in Italia ci fermiamo all’11,4%.
C’è ancora un dato significativo: in Italia quasi il 25% delle donne ricorre al part time lavorativo, contro il 40% all’estero. Il risultato è che italiane e norvegesi hanno gli stessi tassi di istruzione, ma solo la metà delle donne italiane ha un lavoro, mentre le norvegesi hanno un tasso di occupazione intorno all’80%. E nel Belpaese fa certamente paura un fenomeno indicato dall’Istat nel recente rapporto sulla povertà: il rischio povertà è in crescita per le famiglie monoreddito e cresce insieme al numero dei figli.
L’Europa comunque, secondo una ricerca della Round Foundation, nel 2050 avrà perso 30 milioni di europei in età attiva e gli anziani prenderanno la pensione per decenni, grazie alla maggiore longevità. In sostanza, non ci saranno lavoratori per mantenere le pensioni.
Si guarda così ai Paesi in via di sviluppo, ai loro giovani e alle politiche migratorie. Si è calcolato che nel 2025 quasi la metà degli indiani sarà molto giovane, con meno di 24 anni. Quasi l’80% degli spagnoli, invece, avrà più di 24 anni. La stessa Commissione Europea ha ammesso che servirebbero flussi continui di giovani immigrati per compensare le tendenze demografiche attuali. Il fenomeno dell’immigrazione però tocca temi sensibili, come l’identità culturale, la cittadinanza, la tolleranza. Gli Stati Uniti, esempio emblematico di società multietnica, hanno completato solo in questi ultimi mesi una lotta di integrazione lunga due secoli.
Maria Sophie Aguirre, docente di Economia all’Università Cattolica d’America a Washington, studia da molti anni il fenomeno e sembra certo ormai che crescerà sempre più il numero dei migranti dai paesi poveri e saranno per lo più giovani, per lo più uomini. “E’ un fenomeno veramente grave per molte ragioni, e ne vorrei sottolineare due: primo, nei Paesi in via di sviluppo la produttività è destinata a diminuire. Infatti la loro forza lavoro è tutta all’estero. Secondo: in quei Paesi i figli stanno crescendo senza padri. Sarebbe una beffa e una grande ingiustizia, se i Paesi poveri finissero per salvare i Paesi ricchi solo perché questi ultimi avranno trascurato il loro dovere di mantenere le famiglie stabili e forti e se loro, per togliere noi dai guai, finissero per perdere le loro famiglie”, afferma Aguirre.
Possiamo permetterci allora di ignorare la denatalità e di rinunciare allo stesso tempo ad investire risorse nell’integrazione degli immigrati? Ma se le famiglie italiane dichiarano di volere almeno due figli, non sarebbe più giusto e sensato che la politica le aiuti? Oggi ci si ferma al primo figlio per far quadrare i conti.
In Francia e USA l’immigrazione è alta, ma la fecondità non è bassa. Le due tendenze dunque si possono favorire entrambe, non sono in contrapposizione. Tra l’altro dalle rilevazioni ufficiali viene fuori un quadro inedito per l’Italia: la presenza straniera è più stabile, radicata e progetta un futuro  nel nostro Paese, la seconda generazione di immigrati in molte zone del Nord è già una realtà. A questi bambini nati e cresciuti in Italia, che parlano italiano come prima lingua, che vanno a scuola insieme a Giulia e Francesco, che a Natale gioiscono e festeggiano con i loro amici e compagni, per quanto ancora sarà rifiutato il diritto di acquisire automaticamente la cittadinanza italiana, per quanto ancora dovranno subire l’umiliazione e il terrore di essere spediti al compimento dei 18 anni in una patria sconosciuta, estranea come quella dove sono nati i loro genitori quaranta o cinquant’anni fa?
altCome si vede i problemi innescati dalla denatalità sono tanti: il collasso del sistema previdenziale, la povertà, l’intolleranza verso gli immigrati, il disagio sociale delle nuove tipologie familiari. Certo, vi sono anche aspetti apparentemente positivi che alcuni studiosi hanno ravvisato nel fenomeno: il segno che si tratta di uno dei risultati della società del benessere, della longevità e dell’autodeterminazione femminile, la possibilità di riassorbire la disoccupazione…
Ma attenzione a sottovalutare i numerosi campanelli d’allarme lanciati dagli scienziati di tutto il mondo, come  il monito che viene dall’Osservatorio di Washington sulle dinamiche globali della fecondità: nazioni come Italia e Spagna, dove la popolazione fra 0 e 4 anni è la metà di quella fra 29 e 34, non possono pensare di aver intrapreso una via dello sviluppo, perché una piramide capovolta, che poggia cioè su un numero bassissimo di giovani e si allarga verso l’alto con un numero sempre maggiore di anziani, non può durare in eterno. Un Paese senza figli è un Paese che non ha più il coraggio di vivere e che ha un disperato bisogno di ritrovare le ragioni della speranza.