Se il lavoro è privo di senso

È vero che un lavoro che viene percepito come privo di senso, determina una perdita di benessere soggettivo per coloro che vorrebbero invece lavorare per una finalità degna e sentirsi utili agli altri?

Oggi, se dovessi esaminarti, quanto il tuo lavoro è pieno di senso? Sei schiavo di qualcosa o libero di esercitare quello che può generare benessere per te e per gli altri?

È complicato valutare in maniera oggettiva l’utilità o l’inutilità di un certo lavoro?

Diverse indagini europee parlano di moltitudini di persone intrappolate in lavori privi di senso. Milioni di anime ferite.

Uno studio, pubblicato l’anno scorso, ha preso in considerazione 27mila lavoratori di 36 paesi differenti. Il 17% di loro nutre seri dubbi sul fatto che ciò che sono chiamati a fare ogni giorno sia di qualche utilità sociale (Dur, R., Van Lent, M., 2019. Socially useless jobs. Industrial Relations, 58, 3–16).

Nel settore pubblico la percezione dell’utilità del proprio impiego “sembra” essere, generalmente, maggiore che nel settore privato (una differenza significativa del 6% in media).

Questo è particolarmente vero, per esempio, per i vigili del fuoco, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, le professioni sanitarie e gli insegnanti. Per coloro che lavorano in questi ambiti la percentuale di insoddisfatti rispetto al senso e alla finalità della propria occupazione è, praticamente, pari a zero.

E i giovani cosa ci dicono?

I giovani tendono, in media, a ritenere che il loro lavoro oggi è poco soddisfacente in termini di senso e utilità sociale.

Qual è l’impatto di un lavoro «sbagliato», sulla nostra felicità?

Il 77% dei lavoratori ritiene che avere un’occupazione socialmente utile sia un elemento importante o molto importante per la propria vita e che, quindi, lavori inutili o poco significativi influenzino negativamente il loro benessere soggettivo.

Questo è particolarmente vero proprio per coloro che ritengono di svolgere un lavoro socialmente inutile: il 96% di questi, infatti, ritiene che un lavoro che consente di rendersi utili agli altri e alla società nel suo complesso, sia un elemento essenziale per potersi ritenere soddisfatti della propria vita.

A questo riguardo qualcuno si è spinto a ipotizzare che la mancanza di senso del proprio lavoro si possa compensare attraverso una retribuzione monetaria più elevata, come una sorta di premio all’inutilità.

I dati di Dur e Van Lent, però, mostrano che non c’è nessun differenziale salariale significativo tra i lavoratori soddisfatti e quelli insoddisfatti.

Altre analisi, utilizzando una misura composita di «senso», che fa riferimento all’interesse intrinseco per il lavoro in sé e alla possibilità, attraverso lo stesso, di essere utili agli altri, trovano che i lavoratori con una maggiore percezione del senso del loro lavoro sono meno propensi ad accettare offerte di lavoro alternative, anche se queste offrono remunerazioni anche più alte della loro attuale (Hu, J., Hirsh, J., 2017. Accepting Lower Salaries for Meaningful Work, Frontiers in Psychology 8: 1649).

Significato e finalità determinano maggiore soddisfazione e benessere per tutti (imprenditori e lavoratori) e, quindi, maggiore dedizione e gioia nel lavoro.

Se il lavoro soddisfa il mio bisogno di senso, sono disposto a farlo anche per un profitto inferiore?

13 commenti su “Se il lavoro è privo di senso

    • Caro Roberto, purtroppo nella mia attività dare un senso al lavoro non viene colto come una grande occasione che riguarda tutti, la causa è una gestione fatta con uno solo scopo, il guadagno ad ogni costo, questo porta alcuni ad essere servili per accattivarsi le simpatie dei superiori, così da ricevere dei bonus in busta paga, naturalmente questo porta a un calo di interesse nello svolgimento della lavorazione. Grazie

  • Ho scritto un libro di filosofia del lavoro e devo ammettere che il contributo di Roberto va in questa direzione. La filosofia si occupa delle domande di senso e il lavoro fa parte della vita di cascuno di noi. Può avere senso la nostra vita, se non troviamo un senso nel lavoro, che occupa la maggior parte delle nostre giornate?

    Se vogliamo lasciare traccia, occorre fare qualcosa che serva agli altri. Lo spirito di servizio è il senso del nostro lavoro. Un lavoro inutile ci fa sentire inutili.

  • Mi sono fatta tante volte la stessa domanda Roberto. Al momento attuale posso affermare che il mio lavoro ha un senso, nel rispetto di ritmi e tempi “umani”, favorendo la crescita mia personale e di quelli con i quali lavoro. E devo ammettere che il lockdown ha contribuito a crearne le condizioni positive.

  • Argomento troppo profondo da commentare in poche parole, ma provo a sintetizzare: spesso il lavoro non si può scegliere (a volte si fa quello che si trova perché si è studiato poco, perché si vive dove non ci sono tante alternative, perché….) e allora quando si fa un lavoro “privo di senso” (o di un proprio senso) la personale realizzazione deve per forza andare su altre strade e si potrà trovare lo stesso il modo di “rendersi utili agli altri e alla società nel suo complesso per potersi ritenere soddisfatti della propria vita”.

  • Roberto,
    Alcuni dettagli. Secondo questa ricerca i magazzinieri di Amazon svolgono un lavoro socialmente utile? È loro convinzione di essere socialmente utili? Un bancario spinto a fare misselling, è socialmente utile? Perché Ivass sputa regolamenti su regolamenti? I call center outbound delle compagnie telefoniche, elettriche ecc. fanno un lavoro socialmente utile? Si sentono.dei benefattori o dei malfattori? Davvero i pubblici dipendenti credono di essere socialmente utili quando trattano i cittadini come palline di Pinball? I medici prezzolati da Bigpharma? Gli insegnanti? La cosiddetta pubblica sicurezza che si è distinta in multe incostituzionali ai cittadini? È socialmente utile? Permetti il mio dubbio!

  • I lavori sono tutti utili è come vengono strutturati che fa’ la differenza,nella stessa azienda con più punti vendita ho verificato una differenza nei rapporti tra colleghi,nello specifico dove il capo negozio riesce a modulare bene la richiesta pressante del vertice senza ledere emotivamente i subalterni i rapporti sono distesi e si creano amicizie coinvolgendo anche i parenti.In questo caso si è data la priorità alla persona e non alle cose.Non sempre chi gestisce le aziende ha una buona morale è questo dà un senso distorto della natura del lavoro, l’uomo ha una buona capacità di adattamento al lavoro a patto che si sente libero e rispettato.Il lavoro è la chiave per aprire la porta verso una società felice ho infelice,Un capitolo a parte sono i nuovi lavori che si stanno sviluppando,dal call Center all’ingegneria molecolare ecc.nel primo i contratti ridotti all’osso nel secondo la differenza è la capacità personale, di queste realtà non ho conoscenza.Grazie della possibilità di espressione.Un abbraccio caro Roberto

  • Grazie Roberto per i tuoi interessanti stimoli alla riflessione su un tema che letteralmente mi “ossessiona” da sempre:

    Liberare l’Uomo dalla schiavitù di un lavoro spesso, alienante, inutile e anche dannoso per noi, il nostro Pianeta e per le prossime generazioni.

    Per mia incapacità, nella mia attività imprenditoriale, non sono riuscito a tradurre questa mia volontà, in consolidate prassi virtuose.

    Credo che il lavoro possa ritornare ad avere un senso per molti, se saremo liberi di sceglierlo e non obbligati ad accettarlo “per campare”.

    Intendo dire che “per campare” non dovremmo essere “obbligati” a lavorare.

  • Il lavoro non ha in se stesso il suo senso se non serve a qualcun altro, per esempio quello delle signore Masai che infilano perline per farne braccialetti, spesso per regalarli. Il lavoro riceve il suo senso più o meno pieno dall’intenzione con cui lo si svolge. Se l’intenzione è narcisistica sono guai: non basta nemmeno salvare il mondo.

  • Buongiorno. La percezione della utilità del proprio lavoro deriva dalla soddisfazione stessa di poterlo fare. Io sono un responsabile del personale di una azienda che presta molta attenzione alle proprie persone. Da qui ne deriva che io aiuto tutti i giorni le persone al suo interno, anche per una naturale predisposizione. Eppure il mio sogno era fare altro, essere un artista, esibirmi ed avere il riconoscimento avendo riscontro dagli altri e a livello economico. Per questo motivo oggi a 50 anni, vivo imprigionato nel mio lavoro, in una quotidianità che non mi appartiene e non mi soddisfa e di conseguenza sono sostanzialmente e frustratamente infelice……forse anche con meno soldi ma facendo il lavoro della mia vita sarei stato molto più soddisfatto.

  • Complimenti Roberto,
    Molto interessante e riflessivo.
    Ho svolto molti lavori mettendo impegno e passione, senza curarmi se il profitto fosse inferiore oppure no.
    Buona serata

    • Caro Roberto,
      le tue interrogazioni portano, come sempre, in evidenza temi e m’inducono piacevolmente a riflessioni che la mancanza di tempo ci costringe spesso a non considerare.
      Che cosa risponderti con riferimento al lavoro che avrebbe bisogno di riacquistare significato e di una riforma radicale, perché ormai assoggettato solo a guadagno, a mortificazione della dignità personale e dell’altrui rispetto; a privilegiare la filosofia del disvalore, sia etico che morale, con conseguente abbassamento continuo del proprio livello sociale?
      Che cosa risponderti quando si percepisce ogni giorno, palese, l’insoddisfazione per una situazione che non consente alternative, che professa il garantismo peloso per il delinquente e il rispetto del-le regole solo per il cittadino onesto (spesso mortificato doppiamente), dove il Bene comune è di nessuno e quindi si può farne scempio, dove i medici s’inventano cure per malattie inesistenti o protesi superflue solo per farsi ben remunerare dai Big della Farmaceutica con viaggi e ristrutturazioni di studi? Dove le multinazionali s’inventano guerre per continuare a fornire armi e acquisire potere e guadagni? Basterebbe dedicare la metà delle attuali risorse armigere in strutture, ospedali e industrie in loco per eliminare guerre e povertà del mondo.
      Che cosa risponderti in assenza di lealtà nella politica e, via via, in tutti i settori produttivi e, quindi, nel lavoro, generando una quotidianità lontana dal merito, pregna d’insoddisfazione dei migliori? Con Istituzioni e Management gestito da Yes-Man, truffatori e corrotti?
      E allora penserai: Giacomo è un pessimista, deluso da tutto e irrecuperabile, che vorrebbe andarsene nell’isola di Capo Verde (come tante volte mi ha sfiorato) per non pensare più a nulla. Invece, no! Nella vita lavorativa, per mantenermi onesto, ho svolto contestualmente più lavori e, pur essendo il mio lavoro primario in un contesto ampiamente politicizzato, l’ho amato e svolto con il massimo impegno, pur ricevendo e dando battaglia a chi pretendeva di mantenere il caos perché nel caos i maneggioni si trovano meglio e, in caso d’inchieste, pensano di essere giustificati. E qualche battaglia penso di averla vinta, dando soluzioni e ristrutturazioni che consentissero la sopravvivenza dell’azienda in un mercato così in crisi dagli anni ’80 in poi e quindi dando maggiore tranquillità alla massa dei lavoratori. E se la Società esiste ancora, modestia a parte, un po’ lo deve alle mie numerose ristrutturazioni aziendali.
      E allora che fare per dare un senso al tuo interessante stimolo?
      A mio sommesso avviso, occorre maggiore partecipazione alla vita attiva per perseguire il Bene comune; nello stesso tempo, perseguire Benessere con Decrescita, dandosi un minimo di formazione strategica per imparare a gestire meglio il proprio tempo e il proprio lavoro e a saper affrontare le contrarietà che continuamente la vita così globalizzata c’impone. Ma queste cose non devo dirle a te che sei Maestro. Un caro saluto

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