Lavoro e Famiglia: armonizzazione e non conciliazione - robertolorusso.it

Lavoro e Famiglia: armonizzazione e non conciliazione

Lavoro e Famiglia: armonizzazione e non conciliazione
 
Prima di iniziare a spiegare il perché preferisco “Armonizzazione” al posto di “Conciliazione” devo ricordare – non vorrei che qualcuno lo avesse dimenticato – che il lavoro non è solo quello retribuito e che la famiglia non è solo il luogo degli affetti. 
Meglio ancora chiarire che la famiglia “prima ancora di essere soggetto di consumo, è soggetto di produzione” cosi si esprime l’economista Stefano Zamagni che incalza: “v’è una abbondante evidenza empirica che indica come la famiglia sia il massimo generatore di capitale umano, capitale sociale, capitale relazionale”.
Gli imprenditori, forse, incominciano a capire che il massimo della performance dei loro collaboratori, e di loro stessi, si ottiene se si è capaci di adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita (n.67 Gaudium et Spes, 1964).
Il che significa ridisegnare i processi ed i modelli organizzativi, anche mediante l’utilizzo di innovazioni tecnologiche, in modo tale che ognuno possa esprime il meglio di se. Dunque ottenere un vantaggio competitivo non più basato sul modello tayloristico ma sulla centralità della persona. 
E la famiglia? A sua volta deve abbandonare il suo vecchio modello di gestione che prevedeva ruoli (rigidi) tra marito e moglie e sostituirli (mettere al centro) con la persona marito e la persona moglie.
Alcuni esperti hanno inventato il “work-life balance” e lo Stato italiano ha anche elargito diversi quattrini in finanziamenti alle imprese che mettessero in piedi progetti in merito.
Ma trattasi purtroppo dell’ennesimo errore. Cosa significa il termine “balance”? o bilanciamento o conciliazione tra vita di lavoro e vita di famiglia? 
Significa che esiste un conflitto – tra questi due ambiti della nostra vita – e devo porci riparo, devo riconciliare, devo fare un pò ed un pò (bilanciare) il che è proprio il contrario delle mie premesse. 
Dobbiamo dedurre che in famiglia non c’è alcuna forma di lavoro? Pensiamo ad esempio a quello educativo. Ho fatto l’esempio sbagliato! Infatti, oggi, per pensare al lavoro retribuito i genitori hanno delegato questo lavoro alla TV ed ai Social Media.
Cambiamo esempio, o ci basta per capire che in famiglia ci sarebbe tanto lavoro da fare che ha la stessa valenza (alcune volte anche superiore) di quello retribuito? 
Quale la differenza? Il lavoro fatto in famiglia non transita dal mercato e non aumenta il PIL. E’ questo è un grande problema per il Presidente del Consiglio dei Ministri e di tanti altri ignoranti.
Ritorno per un attimo alle misure di “work-life balance” (congedi parentali, asili nido, part-time, ecc. ecc.) che ho predicato ed ho sostenuto con tanta forza in tantissimi contesti. 
Ad un certo punto leggendo la cosa in ottica sistemica e quindi con una visione a lungo periodo mi sono chiesto: queste misure e attenzioni verso chi sono state rivolte prevalentemente? Alle donne con figli, perché potessero meglio adattarsi alla vita lavorativa; e chi ne aveva anche bisogno? Lo Stato, per dimostrare l’incremento dell’occupazione femminile e del reddito familiare.
E gli uomini? Non hanno gli stessi diritti e doveri delle donne? 
Non è per caso che qualcuno vuole le famiglie vittime del lavoro retribuito?
Ci potremmo fare tante altre domande e spero che questo articolo te faccia venire veramente tante.
Per concludere: non vi è nulla da conciliare ma tanto da armonizzare. Bisogna dare valore a qualsiasi forma di lavoro per realizzare il benessere delle persone, delle famiglie, delle comunità, degli stati. 
 

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