Il cambiamento non è un problema di volontà. - robertolorusso.it

Il cambiamento non è un problema di volontà.

Il cambiamento non si comanda e non si ottiene a bacchetta.

Ebbene sì miei cari amici manager ed imprenditori.

A parte il fatto che di solito noi siamo esigenti solo con gli altri e non con noi stessi, il cambiamento che esigiamo e riteniamo necessario per il successo delle nostre imprese, non si ottiene con un schioccare delle dita.

Anzi non lo si ottiene proprio. Perché solo le persone possono decidere di cambiare e quando lo decidono, e ci mettono un po’ di volontà, neanche ci riescono appieno.

Sembra tutto molto sconfortante e senza via di uscita. Non possiamo ottenere il cambiamento quando serve e per di più anche se le persone ci mettono tanta volontà, neanche ci riescono.

E questo perché non è un problema di volontà, ma del fatto che le persone abbisognano di tempo (quanto non lo sappiamo e forse non lo sanno neanche loro) per far maturare in loro il seme del cambiamento che produce frutti: qualità che rendono la persona migliore di prima.

Ogni seme ha bisogno del suo tempo.

La nostra vita ha un tempo e un ritmo diverso da quello che noi pensiamo, e questo è vero per ognuno di noi, cioè per tutte le persone che sono al mondo.

Il giovane Steve, è diventato lo Steve Jobs (che noi conosciamo) al suo tempo, dopo molti cambiamenti e quando neanche lui avrebbe mai potuto programmare di diventare quel che è diventato. Ogni volta che lui ha provato a governare la sua vita, la sua vita gli è sfuggita di mano, perché – e questo per noi è difficile da comprendere – la vita è soggetta a regole non umane. Lui ha sempre vissuto pienamente il momento presente, cioè la vita di quel momento, dando il massimo di se.

E allora? Che facciamo? Che cosa dobbiamo sapere o capire ancora?

Noi dobbiamo avere a che fare con una logica: La vita ha una sua legge interna, la vita ha una sua dinamica che non può essere forzata e che non può essere disattesa.

Il seme (del cambiamento) non diventa frutto in un attimo, segue un suo processo naturale, produce lo stelo… poi il frutto che richiede altro tempo per diventare maturo, cioè commestibile. Nel caso di una competenza, usabile.

cambiare

La persona è un mistero

Altra cosa, che penso sia utile capire, è che la persona è un “mistero”. E quindi, potresti dire: se è un mistero non la si può capire.

Si. Ogni persona è un mistero che non puoi pretendere di capire sino a quando Lei non decide di svelarsi a te. Cioè in poche parole, solo se una persona decide di farsi conoscere tu potrai entrare in sintonia (meglio poter dire in comunione con lei) conoscere i suoi segreti e le sue aspettative di vita, altrimenti niente da fare.

Tu ti affanni ad indicare budget, modelli organizzativi, competenze da acquisire, processi, e tutto quanto altro pensi sia utile, e l’altra persona ti ignora; ti ascolta, ma ignora tutto quello che dici e che pretendi che lei sia e faccia.

Mi dirai: esiste una soluzione? Ti rispondo: certo che esiste!

E cioè? Devi aspettare, devi aspettare che l’altra persona si fidi di te.

Ma prima di tutto, devi aspettare che la natura trascendente di quella persona comprenda il perché del suo essere, cioè che cosa è venuta a fare al mondo, per quale scopo? E di conseguenza perché sta lavorando nella tua azienda. E se lo scopo della tua azienda lo rende felice.

E se non riesce a comprenderlo? Non abbiamo speranza? Mi potrai dire.

Ed io ti rispondo: quando hai deciso di portare quella persona nella tua azienda, tu cosa hai capito di lei? O meglio cosa non hai voluto capire di lei?

Pensavi di usarla come si usa un qualsiasi strumento? Cioè non hai pensato che stai assumendo una persona e non un oggetto?

Perché, vedi, gli oggetti non parlano, non pensano, si consumano (durano un po’ di più se gli facciamo un po’ di manutenzione) e quando non servono più si gettano.

Per le persone è tutto diverso, le persone sono un “mistero”, ognuna, un mistero diverso dall’altra.

Il cambiamento che pretendi dagli altri, chiedilo prima a te stesso. Prova le sensazioni del tempo che passa mentre tu non sei cambiato affatto.

Impara ad essere paziente con te stesso e sarai paziente con gli altri.

La tua vita è un mistero come quella dei tuoi collaboratori.

Roberto Lorusso

41 pensieri su “Il cambiamento non è un problema di volontà.

  • Le persone non si cambiano, si AFFASCINANO con propri comportamenti e con proposte adeguate alla mentalità ai luoghi alle condizioni e tempi in cui si opera ecc.

    • Caro Tonino, oltre a leggere gli altri commenti a questo articolo, in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto un tuo omonimo: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Noi siamo un mistero a noi stessi, figurati per gli altri…
    Condivido il contenuto della riflessione.
    Al centro c’ é e deve restare l’ uomo, la persona, con tutta la sua creatività, volontà, disponibilità al cambiamento. Ritengo importante sottolineare, inoltre, il valore dele relazioni personali, base indispensabile per una feconda conoscenza, un proficuo dialogo, basato sulla reciproca fiducia e sincero rispetto dell’ altro.

    • Caro Pino, grazie per questo tuo contributo. Oltre a leggere gli altri commenti a questo articolo, in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

    • Grazie Silvio, se vuoi leggi tutti gli altri commenti, sono veramente molto interessanti. ciao Roberto

  • Caro Roberto, l’Uomo porta in se un progetto di vita grande! Ne parliamo venerdì prossimo a margine della Conversazione sulla “Laudato Si”

    • Caro Filippo, prima di venerdi se lo gradisci leggi gli altri commenti a questo articolo, in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Quando in un’azienda esistono delle professionalità, e si assume un professionista per dare continuità alla programmazione e alla produzione, cosa dovrebbe fare l’azienda, mettersi in aspettativa, deve funzionare da psicologo.
    Il cambiamento di solito non viene condiviso, specialmente se hanno sempre ricevuto lo stipendio alla scadenza o che hanno una storia nella vita dell’azienda.
    E’ vero che il mondo del lavoro è cambiato, ma è anche vero che le aziende vivono anche perchè ci sono risorse (professionalizzate). Diverso è, se queste risorse sono da formare o integrare.
    Quanta responsabilità è delegata all’amministratore dell’azienda e quanta alla risorsa.
    Quindi caro Roberto la tua analisi è obiettiva e veritiera, ma credo che si possa applicare solo sull’integrazione di nuovi collaboratori da preparare all’inserimento

    • Caro Mimmo, come potrai vedere tu stesso leggendo tutti gli altri commenti al mio articolo, non esiste una precisa risposta sulle modalità di ottenere un cambiamento dai nostri collaboratori (siano anziani o neo assunti).
      Il modo più esatto è quello che solo tu sarai capace di generare. E se non ci riuscirai, cerca in te qualcosa da cambiare. ti abbraccio. ciao Roberto

    • Mimmo, oltre a leggere gli altri commenti a questo articolo, in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Quando cerchiamo di definire termini con uno “sfondo così integratore” come il termine cambiamento non possiamo fare a meno di considerarlo sotto il duplice aspetto del suo valore paradigmatico (quello che possiamo trovare sul dizionario) e l’aspetto sintagmatico (la pregnanza dei significati che sono attribuibili nell’uso che ne facciamo del termine) E’ evidente che l’aspetto che ci interessa considerare è questo secondo il modo particolare sia per le aziende e gli imprenditori, sia per i politici e la politica, sia per l’educazione e gli operatori della scuola e dell’università e potremmo continuare. e anche qui si pone un problema con due modi generali di considerare il cambiamento nel suo significato epistemologico: riscontriamo che in qualsiasi ambiente ne collochiamo la sua valenza è sempre distinguibile una dimensione tecnica di cambiamento e una dimensione soggettiva di vivere il cambiamento. I problemi sorgono proprio quando noi arriviamo a considerare il cambiamento da questo secondo punto di vista qualunque sia il settore di cui ci occupiamo (azienda, scuola, chiesa, politica ecc. ecc. ecc.):Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017) Ritengo possa offrire una meditazione utile.

    • Grazie Tonino, inviterò gli altri commentatori a guardare subito il film che hai indicato. Il tuo contributo è sempre esemplare. ciao Roberto

  • Presuomo che Cambiamento possa significare, anche, cambiare per un diverso profitto. Un profitto diverso inferiore equivale ad un cambiamento in perdita, vantaggioso se è maggiore. Perchè girare intorno a processi di umanizzazione dell’impresa se è il profitto la morale dominante?
    L’attenzione alle intenzioni che, carissimo Roberto, manifesti sembrano quelle di un “innamorato del cambiamento”.
    Sentimento culturalmente bellissimo che deve confrontarsi con il fatto che l’impresa è un lavoro molto serio fondato su attività intenzionali, fortemente caratterizzate da una volontà certa, dominata da una razionalità fondata sulla verificabilità fino a prova contraria (Popper). La tua partita messa su questo piano è praticamente persa, perchè tu non ne fai una questione di volontà.
    Come si fa ad approcciare una tesi contraria alla tua in poco spazio?
    Non sarebbe già un “cambiamento” del tuo “cambiamento”?
    Il primo “cambiamento” importante consiste nell’escludere quello derivante da un pensato del nostro pensiero. L’uomo del cambiamento tu rischi di disumanizzarlo se lo accosti ad un “pensato di un pensiero”. L’uomo non è il pensato di un pensiero, men che meno l’imprenditore che sente il bisogno di cambiamento. L’uomo è spirito. L’uomo è spirito di cambiamento, almeno nelle dimensioni dello spirito umano corrispondente all’uomo interiore.
    L’impresa è fondata sullo spirito d’impresa dello spirito imprendioriale. Alcune condizioni nuove nelle quali è possibile far spuntare il “seme” dello “spirito del cambiamento”. Lo “spirito del cambiamento” presuppone il grado di libertà proprio dello spirito e non del profitto.
    Pertanto, supponiamo di chiederti un voto alla tesi esposta quanto “liberamente” ti daresti?
    Il resto gustiamolo con un caffè.
    Ben vivere,
    Peppe

    • Mio caro Giuseppe, Ti ringrazio, come sempre. Ti chiederei la cortesia di rileggere quello che ho scritto. In quanto non mi sembra molto distante dal tuo pensiero. E poi mi sembra interessante leggere gli altri commenti a questo articolo, in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Bellissima la sfida di far trovare a ciascuno il perché è al mondo, nella mission della mia impresa…sarebbe un’impresa di felicità umana…in cui potrebbe manifestarsi il mistero di ciascuno!!! Bello, grande spunto di riflessione, ci proverò!
    Bravo!
    Paola

    • Grazie mia cara Paola non è male leggersi anche gli altri commenti. In particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao

  • Io farei una domanda:
    perché cambiare?
    probabilmente perché è maturata la convinzione che qualcosa è cambiato e quindi la necessità di innovare.
    Come coinvolgere i collaboratori?
    A mio parere è un’impresa difficile poiché finché non si percepisce la necessità, ogni sforzo non porta ad alcun risultato pratico. Quindi bisogna aspettare che maturi….ma l’impresa può concedersi questo tempo? e se consideriamo che uno dei fattori di successo è proprio il tempo, la conclusione è conseguenziale.

    • Caro Michele, L’impresa che non sa attendere, non potrà mai andare veloce, quando gli sarà necessario. Quindi gli conviene attendere, ma potrebbe attendere poco se si generano le giuste condizioni che purtroppo dipendono da chi è capo dell’organizzazione. in ogni caso è interessante leggere gli altri commenti in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Caro Roberto è una disamina veramente interessante e profonda. Punti importanti su cui riflettere. Il cambiamento deve essere un processo lento per essere un vero cambiamento come dici tu alla fine: pazienza con sé stessi e con gli altri. Complimenti!

    • Grazie Rossano e se vuoi leggi gli altri commenti in particolare ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Rileggo e rileggo e non posso che sottoscrivere ogni parola della tua disamina. Mi piacerebbe che quel ‘tempo’ fosse per tutti noi motivo di riflessione. Viviano una vita affannata e spesso poniamo altri valori al centro del nostro lavoro, trascurando noi, I nostri collaboratori ed in nostro tempo che faremmo bene a valorizzare meglio.

    • Grazie Vincenzo. Spero proprio che tu possa utilizzare appieno ciò che insieme stiamo imparando grazie a questa riflessione che come vedi si amplia grazie al contributo di molti altri. ciao Roberto

  • La metafora della vita nel seme e della necessità di lasciare che maturi per diventare frutto è bella , semplice , naturale e anche molto potente.
    Grazie Roberto.
    Ho origini contadine , un nonno adorato che mi ha insegnato l’Amore , con la cura che si prendeva per ogni singola pianta dei campi e dei vigneti, e con la pazienza anche di accogliere le condizioni avverse del cielo…

  • Ciao Roberto,
    mi ha fatto piacere leggere le considerazioni che hai voluto condividere con noi nel tuo articolo. Sono d’accordo con te, certamente ogni cambiamento richiede il suo tempo e spesso il management involontariamente lo contrasta non avendo la pazienza di aspettare che maturi. Però è anche vero che il contesto in cui operano le aziende cambia sempre più velocemente e le aziende, per rimanere competitive, devono imparare a cambiare più velocemente di prima. La sfida, secondo me, è proprio questa: come possiamo aiutare le aziende e le persone che vi lavorano a cambiare in tempi più brevi? Un fattore che tipicamente allunga i tempi è l’insufficiente motivazione: le resistenze al cambiamento sono sempre forti, e credo che dobbiamo considerarle naturali, perché il cambiamento richiede uno sforzo e a nessuno piace fare sforzi senza una adeguata motivazione. La motivazione deve partire dall’alto ed essere condivisa dal basso (ma funziona anche il viceversa). Gli Americani utilizzano spesso il modello della burning platform, i Giapponesi quello del kai zen (cambiare per migliorare), anch’io li utilizzo spesso entrambi e qualche volta funzionano, ma qualche volta un po’ meno. Un altro fattore importante su cui possiamo agire è la complessità: cambiare una cosa complessa richiede un tempo più lungo di una cosa semplice. Possiamo aiutare le nostre aziende a semplificare i propri processi e, perché no, a renderli già predisposti al cambiamento, come da anni ci insegna il modello Lean: operatori polifunzionali, addestrati e già mentalmente preparati a coprire posizioni diverse, e macchine semplici, magari con le ruote, possono certamente facilitare. Chissà se le tecnologie di industria 4.0 potranno essere di aiuto al riguardo.
    Un caro saluto.

    • Caro Maurizio grazie di questo prezioso contributo e ti prego di leggere quello dell’amico Daniele e di suo nonno contadino. Forse ci vorrebbe un imprenditore 4.0 che si rende disponibile ad imparare dai tempi della natura.
      Tanto se corri e non ti segue nessuno, che corri a fare? Se non sai aspettare, quando avrai veramente bisogno di correre non ci sarà nessuno al tuo fianco. Spero di rivederti presto, perchè il tuo sapere Lean è un sapere utile anche alla parte trascendente che è in ognuno di noi. Un caro abbraccio Roberto

  • Oggi chiacchierando col socio dicevamo…che fortuna con i dipendenti nostri…sono bravi, ma soprattutto collaborano e si aiutano tra loro…questo vale di più della bravura!

    • Grazie Alfonso, una buona relazione è il presupposto a tutta l’attività dell’impresa. Purtroppo molti dimenticano che solo gli oggetti non si parlano e non si procurano danni a vicenda. La persona umana invece ha bisogno di relazioni virtuose altrimenti i danni non si potranno contare.

  • Il cambiamento non può essere imposto, va condiviso ed accettato. Ogni persona, imprenditori amministratori e dirigenti inclusi, lo vive in modo diverso, c’è chi lo promuove se ha avuto la forza di mettersi in discussione, chi lo accetta e lo condivide se chi lo promuove è stato capace di coinvolgerlo comprendendo i suoi problemi, chi lo rifiuta per paura di perdere il suo ruolo o di non farcela. Ogni persona ha il diritto ed il dovere di piacersi, cioè di sentirsi realizzato per quello che fa e per come lo fa, è un percorso difficile e bisogna volerlo, c’è chi prima o poi ci riesce e chi no e non ha una vita facile.
    Da oltre 35 anni, come Te Roberto, promuovo innovazione con l’ICT, ma i cambiamenti, al di là delle tecnologie, li fanno solo le persone, perciò bisogna partire da loro, non giudicarle ma comprenderle e aiutarle a realizzarsi.

    • Grazie Oronzo di questo tuo contributo. Se vuoi leggi anche gli altri molto interessanti e in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • L’analisi che ha effettuato è molto sincera e realistica. Sono convinta che il cambiamento parta sempre da noi, che per primi dobbiamo cambiare, sempre ascoltando i nostri collaboratori e chiedendo il loro parere. Il datore di lavoro dovrebbe, secondo me, stimolare l’ iniziativa personale e la creatività di ciascuno dei collaboratori e poi tirare le fila del discorso per dare al tutto la propria impronta.

  • Il cambiamento deve spingere ognuno di noi a guardare con occhi diversi, con spirito diverso. Il cambiamento non è una malattia ma una efficace medicina. Grazie per la tua riflessione.

    • Grazie Vito di questo tuo contributo. Se vuoi leggi anche gli altri contributi, molto interessanti, e in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • Il fatto è che le persone non sono “un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”, come diceva Plutarco. Hai voglia “ad indicare budget, modelli organizzativi, competenze da acquisire, processi”, come scrivi. Purtroppo guardiamo le nostre aziende troppo in ottica di “problem solving”: cerchiamo di renderle sempre più efficienti, di farle funzionare al meglio. Ma le aziende non devono solo funzionare. Devono vivere. E per farle vivere devi saper coinvolgere le persone che ci lavorano. E il saper aspettare è una delle qualità della leadership umile molto importante per l’engagement dei collaboratori.

    • Grazie Davide. Se vuoi leggi anche gli altri molto interessanti e in particolare vorrei consigliarti ciò che ha scritto il prof. Baldassarre: Una riflessione concreta chiunque la può fare vedendo il film “il filo nascosto” del regista Paul Thomas (del 2017). ciao Roberto

  • er cambiare il corso di un fiume possiamo costruire una diga imponente a valle con grande dispendio di risorse e grande sforzo di trasformazione e controllo oppure intervenire a monte modificando il tratto in cui il fiume è ancora un ruscello con poche risorse , minimo controllo e una grande visione del cambiamento. Gli individui come sacchi di sabbia costituiscono gli argini utili a modificarne il corso: ogni granellino di sabbia è un frattale, ogni individuo è un composto di frattali, ogni gruppo di individui è un sistema di frattali. Così abbiamo già definito quale cambiamento vogliamo (il percorso), cosa vogliamo cambiare (parte del fiume) come lo vogliamo cambiare (con la sabbia). La formazione, la PNL sono grandi leve per trasformare quei granellini di sabbia anche in robusto cemento armato: se la formazione e la PNL restano fonti formative e non uniformative. Quando il sistema di gestione delle risorse anche umane si caratterizza come sistema di dominio quei granellini restano sabbia: o con una forzata trasformazione si costruisce una grande barriera sotto continuo controllo. Le forze non sono più in equilibrio: qual’è il cambiamento? In conclusione meno controllo produce più cambiamento di un grande controllo se abbiamo rispetto del granellino. e aspettarsi la fiducia di quel granellino in un sistema di dominio è di fatto una pretesa.
    Un caro saluto,

  • Caro Roberto, aderisco volentieri alla richiesta di un parere sul tuo articolo sul “problema” del cambiamento. Su di esso mi sono impegnato durante la mia vita lavorativa e continuo a farlo ora nei confronti degli amici che il Signore mi manda affinché li aiuti a crescere nella vita cristiana, cioè a modificare il loro comportamento.
    Sia quando si riferisce al cambiamento personale che quando riguarda il cambiamento organizzativo aziendale o di organismi sociali, il mio pensiero e la mia esperienza mi dicono che
    • il “cambiamento”,inteso come modifica del proprio comportamento personale o lavorativo, è una delle cose più facili da diagnosticare e da richiedere, ma difficilissima da attuare ( vedi, vita matrimoniale)
    • per realizzarlo è necessario predefinire l’obiettivo da parte di chi ha la responsabilità, lasciando all’evolversi della situazione (nel caso personale) o al contributo dei gruppi di lavoro la precisazione dei dettagli e dei percorsi attraverso i quali attuarlo. Non credo alla definizione dell’obiettivo in modo democratico, poiché penso che si tratta di una mal posta forma di socialità a danno della responsabilità e dell’efficacia dell’azione. Dopo aver fissato l’obiettivo operativo ( non di un generico miglioramento) la partecipazione deve essere richiesta per definire i dettagli e per verificare grazie alla competenza dei gruppi di lavoro la validità dell’obiettivo proposto.
    • la realizzazione del cambiamento richiede la presenza di alcuni prerequisiti indispensabili: decisione di conservare o modificare(e in quale direzione) il core business o la vocazione aziendale o personale; disponibilità di risorse di tempo e di investimenti (aziendali) adeguati; disponibilità di “agenti di cambiamento” intesi come promotori delle modifiche personali o organizzative richieste dal cambiamento; valutazione delle capacità delle persone di attuare cambiamenti richiesti ( attenzione alla “resistenza al cambiamento” !) e loro eventuale sostituzione o riaddestramento ; disponibilità a correggere e adeguare la realizzazione del cambiamento in corso d’opera, in base alla convinzione che non tutto può essere previsto correttamente e che la realtà può proporre soluzioni diverse; saper bilanciare correttamente le modifiche individuate o suggerite in corso d’opera con il rispetto dell’obiettivo prefissato
    • la risposta di ogni persona al cambiamento è un mistero. Ma non per questo possiamo esimerci di indicare un percorso e un obiettivo abbastanza precisi, lasciando che i singoli li applichino secondo il loro talento ma nella direzione indicata.
    • la pazienza è un requisito fondamentale perché operiamo sulle persone, le quali hanno tempi e modalità personali di rispondere ai suggerimenti e ai consigli ricevuti. Questo può portare ad una ridefinizione di tempi e metodi di approccio ma occorre vigilare che non intacchino gli obiettivi primari definiti in partenza,perché significherebbe vanificare il progetto di cambiamento oppure fare in modo che questo si realizzi in direzioni diverse. Ciò significherebbe lasciare il cambiamento alla discrezione dei partecipanti e non di chi ne detiene la responsabilità.
    Ti abbraccio. Filippo

    • Grazie mio caro Filippo per questo tuo importante contributo. Come vedi anche altri amici hanno scritto qualcosa. Se vuoi dargli una lettura sarebbe interessante continuare ad approfondire, il tema. ciao Roberto

  • Caro Roberto, condivido la tua riflessione. Al centro di tutto c’è sempre l’uomo. Nessun progetto che non ne abbia consapevolezza può riuscire. Anche nel mio lavoro, così fortemente e tradizionalmente caratterizzato da un approccio di tipo demiurgico, è un grandissimo tema su cui non è possibile smettere di interrogarsi. Non solo perchè “senza il cliente, non si fa niente” ma anche perchè solo pensando “con cura” alle persone con cui si lavora e per cui si lavora si riesce ad ottenere un buon risultato. Ed è sempre molto difficile perchè a volte le persone non sono preparate, a volte non sono disponibili, a volte sono virtuali (è il caso delle opere pubbliche), a volte non ne siamo capaci.
    A presto

    Michele

  • Condivido la suggestione sul mistero delle persone. Qualche giorno fa ero in Bocconi a Milano per un evento sul marketing digitale con la presenza dell’americano Guy Kawasaki, ex chief evangelist di Steve Jobs alla Apple.
    Tra le perle che ci ha regalato, mi è rimasta impressa questa lezione: “Don’t ask people to do what you wouldn’t do” (Non chiedete agli altri di fare cose che voi non fareste)…Forse anche da questa consapevolezza può partire il cambiamento individuale. Infine ripenso ad un’altra lezione importante che mi è capitato di ascoltare di recente, sull’idea di Economia 0.0, teorizzata da Oscar di Montigny, basata sul capitale creativo culturale, capace di riconoscere nell’Amore l’atto economico per eccellenza. Lettura consigliata: Il Tempo dei Nuovi Eroi (Mondadori).

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